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Billy Beane

Billy Beane, l’uomo controcorrente 

Billy Beane, William Lamar Beane III all’anagrafe, non ha mai vinto il titolo della Major League di Baseball (MLB) – la lega professionistica nordamericana, la più importante al mondo. Non ha targhe commemorative e non ha grandi trofei in bacheca. 

Eppure, da General Manager (GM) degli Oakland Athletics, antica gloria della California, ha cambiato le regole del Baseball. Per sempre.

Le ha cambiate con un approccio data-driven: affidandosi alla statistica e cercando di valorizzare, nella valutazione tecnica degli atleti, l’evidenza dei numeri. Tutto con l’obiettivo di rendere la competizione meno dipendente dal budget speso e meno vincolata alle differenti disponibilità economiche di ogni squadra. 

Con tenacia, ma anche mettendo in discussione la propria carriera, ha varcato un muro prima insuperabile e ha trascinato gli altri, detrattori e ammiratori, dietro di sé. 

La storia della sua impresa ha ispirato il libro di successo scritto nel 2003 dal giornalista Michael Lewis: “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game” (W. W. Norton & Company, 2013). E da quello è stato tratto anche un film, conosciuto in Italia con il titolo “L’Arte di vincere”, con Bennett Miller alla regia e Brad Pitt come attore protagonista. 

Schivo, tenace e profondamente appassionato, Billy Beane ha avuto il coraggio delle sue idee. L’audacia di andare controcorrente. 

Billy Beane e giro di boa degli Oakland Athletics

Gli Oakland Athletics, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, avevano investito molto (il “payroll” della squadra era stato altissimo), poi, con l’arrivo di nuovi proprietari, la necessità di far quadrare i conti si fece improvvisamente sentire. Alle soglie del nuovo millennio, così, si decise di puntare al risparmio. Pena la bancarotta

Il General Manager Sandy Alderson si trovò a dover affrontare un compito infausto: risollevare le sorti di una squadra che, nata nel 1902, sembrava arrivata al capolinea. Di una cosa era convinto: non avendo grandi capitali, come le grandi squadre dell’East Coast, sarebbe stato necessario rivedere completamente i criteri di selezione degli atleti. 

Per farlo, ripose le sue speranze in un giovane ambizioso, che fino al 1990 aveva indossato gli scarpini e con cui si confrontò costantemente in quegli anni: Billy Beane. Beane passò dal ruolo di osservatore a quello di assistente personale di Alderson, finché nel 1997, al ritiro di quest’ultimo, prese ufficialmente il suo posto. 

La chiave, per Beane, erano i numeri. E non poteva essere altrimenti. Nel Baseball le statistiche erano già tenute in considerazione e la sfida, semmai, stava nel farne il perno di una nuova strategia: capire come utilizzarle per costruire una squadra vincente. 

Per cercare di applicare la scienza allo sport, allora, iniziò a interessarsi alla cosiddetta “sabermetric”: l’analisi empirica del Baseball. Il nome della disciplina veniva dall’acronimo della società promotrice, fondata nel 1971: SABR, Society for American Baseball Research. Era innovativa, da alcuni anche contestata, ma si basava su un approccio radicalmente differente: non bisognava lasciarsi abbagliare da giudizi arbitrari, ma fidarsi della  statistica.

Billy Beane scoprì che la possibilità di valutare i giocatori con parametri differenti esisteva, e che poteva addirittura funzionare. Era necessario, però, passare dai numeri al sudore, dalla teoria alla pratica. 

Nessuno voleva sperimentare, lo fece lui. 

Billy Beane

Billy Beane – Da giocatore

L’intuizione dentro la crisi: prendere o lasciare

Tutto cominciò alla fine del 2001. Gli Oakland Athletics, squadra della West Division dell’American League (uno delle due top league, insieme alla National League, che compongono la Major League), vennero sconfitti dai New York Yankees e non riuscirono, per il secondo anno consecutivo, ad arrivare all’American League Championship Series: la fase finale in cui le due squadre migliori dell’American League si contendono la possibilità di partecipare alla World Series, per poi sfidare la prima classificata della National league e ottenere il titolo di campione. 

Un percorso articolato, soprattutto per i profani del Baseball, che tuttavia ogni anno negli States è seguito con dedizione da tantissimi tifosi e decreta – spietatamente – il successo o il fallimento di progetti sportivi del valore di decine di milioni di dollari.

Fu quindi comunicato che gli ultimi “gioielli” degli Oakland Athletics – Johnny Damon, Jason Giambi e Jason Isringhausen – sarebbero stati venduti. Si era arrivati al punto di non ritorno, e bisognava ricominciare da zero. Con un unico vincolo: nessun grande investimento.

Il mercato doveva essere condotto con il minimo indispensabile, selezionando nuovi giocatori e puntando al risparmio.

Nella crisi, Billy Beane vide l’opportunità: il momento di affidarsi completamente ai numeri. Certo non sarebbe stato semplice farlo accettare ai proprietari, a tutti gli altri dirigenti, o al diffidente allenatore Hurt Howe, ma l’occasione andava sfruttata. 

A convincerlo a intraprendere la sfida fu anche il giovanissimo Paul DePodesta: 27enne laureato in economia ad Harvard che credeva nell’efficacia della statistica e che, con le sue conoscenze, iniziò ad aiutare il GM degli Oakland Athletics nella gestione, nell’analisi e nel monitoraggio di un’infinita mole di dati. 

Per molti era un salto nel buio, una strategia scellerata. Si trattava infatti di archiviare vecchi modi di pensare: quello secondo cui l’istinto degli osservatori poteva riuscire a individuare l’atleta perfetto per le esigenze di una squadra; o quello secondo cui, se un giocatore godeva di una buona reputazione, sarebbe stato capace di dare un contribuito positivo, a prescindere. 

Billy Beane la pensava diversamente. 

Primo: perché avendo a disposizione i dati aggiornati sui rendimenti e di ogni singolo atleta sarebbe stato controproducente prendere decisioni in base a sensazioni, presentimenti o simpatie personali.

Secondo: perché anche lui, a 18 anni, era stato considerato da molti esperti un talento pronto a esplodere, e per questo aveva rinunciato al college, salvo poi scoprire di non essere all’altezza delle aspettative. 

Terzo: perché gli Oakland Athletics non sarebbero riusciti, in ogni caso, a competere con squadre molto più ricche per assicurarsi i giocatori più ambiti (il loro budget era un terzo di quello dei New York Yankees). 

Dunque, si doveva tentare l’impossibile. Prendere o lasciare. 

Una stagione straordinaria 

Il concetto, nella sua complessità, era davvero immediato: i giocatori dovevano essenzialmente aiutare la propria squadra a fare più punti di quella avversaria e un atleta mediocre con specifiche caratteristiche poteva rivelarsi più utile di un grande talento che, pur eccellendo, mancava di determinate qualità. Ogni anno, infatti, si spendevano intere fortune per atleti che poi, come ripeteva Paul DePodesta, non rendevano al massimo e non rappresentavano un valore aggiunto. 

Su queste basi, il valore reale degli atleti poteva essere messo in discussione e sarebbe stato possibile trovarne alcuni capaci di fare la differenza pur essendo sfuggiti ai radar delle altre squadre e alle sirene del mercato. Non importava che fossero vecchi o giovani, di prima o terza categoria. Contavano i numeri. Fine. 

Procedendo a testa bassa, in mezzo allo stupore generale, Billy Beane e Paul DePodesta acquistarono ex-riserve, giocatori svincolati e sottovalutati. Si disse allora che la squadra sarebbe finita in fondo alla classifica dell’American League e alcuni pronosticarono il definitivo declino degli Oakland Athletics. 

La realtà, però, fu inclemente con gli scettici: dopo un inizio complicato, gli Oakland Athletics, in quel formidabile 2002, si aggiudicarono più di 100 partire e ne vinsero 20 consecutive; segnando il record dell’American League e arrivando primi nella West Division. Un successo straordinario. 

Billy Beane non guardò nemmeno una partita dal vivo, né in tv. Mentre gli Oakland Athletics correvano prese l’abitudine di rifugiarsi da solo in palestra, ricevendo aggiornamenti dai suoi collaboratori. 

Non nascose mai, paradossalmente, di essere un uomo scaramantico. Un inguaribile emotivo. 

 

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Billy Beane, un innovatore senza prezzo

La vicenda degli Oakland Athletics – nata dal calcolo e non dal caso – diede una potente scossa al mondo del Baseball, anche se la squadra, arrivata ai playoff, venne eliminata dai Minnesota Twins. E fermò la sua travolgente corsa.

Da quell’epilogo amaro, tuttavia, nacque la rivoluzione: la scommessa di Billy Beane, che molti avevano considerato niente di più che un buon proposito, niente di più che che l’idea di un visionario fallito, fece riflettere proprietari, manager, dirigenti e osservatori di tutto il paese, da est a ovest. Il Baseball aveva bisogno di numeri, dopotutto. E gli Oakland Athletics l’avevano dimostrato sul campo; indicando la strada da seguire.

Beane, alla fine di quell’anno, ricevette un’offerta stratosferica dai Red Sox, la prestigiosa squadra di Boston: 12.500.000 dollari per fare le valigie, lasciare la California e diventare il GM più pagato della storia del Baseball con un contratto quinquennale

In una scena del film di Bennett Miller (a conferma che il linguaggio del cinema spesso è insuperabile) il proprietario dei Red Sox – con l’assegno in mano – confessa di aver ammirato la sagacia di Beane, nonostante le critiche ricevute e malgrado la sfiducia che lo aveva circondato. 

“Il primo che attraversa il muro è sempre insanguinato” – gli spiega. Perché rompere gli schemi non è mai semplice (anzi: è tremendamente difficile) e perché la resistenza al cambiamento spesso brucia le idee migliori.

Billy Beane, comunque, pur felice del riconoscimento, rifiutò: sia per restare vicina alla figlia, Casey, sia per non abbandonare la squadra che gli aveva regalato forti emozioni. Non avrebbe scelto in base al denaro, e lo disse pubblicamente. 

Due anni dopo, nel 2004, i Red Sox vinsero le World Series utilizzando i metodi e i modelli degli Oakland Athletics. Dopo la loro vittoria (che ruppe la cosiddetta “maledizione del bambino”: 86 anni senza un titolo) l’esperienza di Beane divenne per tutte le squadre dell’American League e della National League una fonte di ispirazione. Da allora, nessuno è mai tornato indietro e oggi il Baseball nordamericano, grazie ai numeri, fa un uso molto più razionale delle risorse. 

Billy Beane, nel frattempo, si è dedicato anche al calcio (lavorando come advisor in Europa) e continua con gli Oakland Athletics in veste di vicepresidente, dal 2015. 

Non ha ancora vinto, e non ha nessun rimpianto.

 

La storia che hai appena letto è una delle 12 che abbiamo raccolto nel nostro nuovo libro: Rebel Stories. Volume I. Puoi scaricarlo qui.

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