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Stand in the Schoolhouse Door

Stand in the Schoolhouse Door

di Fabiana Spani

11 giugno 1963. Vivian Malone Jones e James Hood devono superare l’ultimo ostacolo per potersi finalmente iscrivere all’Università. E l’ostacolo è George Wallace, governatore dell’Alabama, che nel suo discorso inaugurale aveva promesso: “Segregazione ora, segregazione domani e segregazione per sempre”, dichiarando di fatto la sua intenzione di resistere a ogni tipo di integrazione.

Stand in the Schoolhouse Door, “L’opposizione all’ingresso della scuola”, è una delle tante pietre miliari del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Un racconto, una storia, fatto però di mille rimandi che si intrecciano e si sovrappongono nel corso degli anni sessanta contribuendo a ordire quel sogno di libertà.

 

1960 – Civil Rights Movement e il clima culturale dell’epoca

 

La memoria è in realtà un fattore molto importante nella lotta

Michel Foucault

 

Era il gennaio del 1863 quando entrò in vigore il proclama del presidente Lincoln che annunciava la liberazione di tutti gli schiavi, eppure in quasi 100 anni da quella che fu definita “la guerra di aggressione del Nord” nulla sembrava essere cambiato. Nella patina raccapricciante del “separati ma uguali”, nulla era più diviso, osteggiato, inviso. Le celebrazioni di quelle giornate si svolgevano nella massima deferenza nei confronti della sensibilità dei bianchi del sud, dimenticando di netto quello che fu il tema dominante del conflitto, “la schiavitù dei neri”.

In questa sorta di oblio, la campagna presidenziale del 1960 di John F. Kennedy riuscì a rifocillare gli animi dei sostenitori dei diritti civili del popolo afroamericano; con il suo approccio liberale ed egualitario diede la speranza a tutti che una nuova realtà poteva esserci; ma una volta in carica le priorità della presidenza furono indirizzate agli affari esteri e all’anticomunismo della Guerra fredda, due importanti questioni militari e diplomatiche le cui dinamiche dipendevano dall’appoggio dei segregazionisti meridionali.

John F. Kennedy, nel periodo delle grandi lotte studentesche che accendevano le comunità del sud, offrì poco sostegno pubblico preferendo sorvolare sui tanti episodi di razzismo che continuavano a verificarsi, fino allo Stand in the Schoolhouse che, a oggi, rappresenta il vero spartiacque della sua politica.

Stand in the Schoolhouse Door1954 – La sentenza Brown v. Board of Education

Nei primi anni del 1950 furono intentate in varie parti del paese numerose azioni legali contro la segregazione scolastica. Nel dicembre del 1952 avvenne però qualcosa di inaspettato: la Corte Suprema degli Stati Uniti confermò che l’istruzione dei bambini neri in scuole pubbliche separate era una pratica incostituzionale. 

Questa sentenza va sotto il nome di Brown v. Board of Education.

We come then to the question presented: Does segregation of children in public schools solely on the basis of race, even though the physical facilities and other “tangible” factors may be equal, deprive the children of the minority group of equal educational opportunities? We believe that it does… We conclude that in the field of public education the doctrine of ‘separate but equal’ has no place. Separate educational facilities are inherently unequal. Therefore, we hold that the plaintiffs and others similarly situated for whom the actions have been brought are, by reason of the segregation complained of, deprived of the equal protection of the laws guaranteed by the Fourteenth Amendment.

Naturalmente fu un passo avanti nel disegno dell’integrazione, ma la decisione non capovolse la situazione e la segregazione continuò a insinuarsi negli alloggi pubblici, nelle scuole “private”, nei posti di lavoro, nei contratti governativi, nelle ammissioni all’università e così via. 

Né fu così immediata come alcuni speravano. E infatti delle centinaia di richieste di afroamericani per l’ammissione all’Università, nessuna fu accettata. 

I Kennedy e le lotte per i diritti civili

E i Kennedy non erano pronti a tutto questo. La presidenza di John Fitzgerald Kennedy ebbe inizio il 20 gennaio del 1961.

In una conferenza stampa di giugno dello stesso anno, Martin Luther King chiese al presidente di emettere un “Secondo proclama di Emancipazione”.

Just as Abraham Lincoln had the vision to see almost 100 years ago that this nation could not exist half-free, the present administration must have the insight to see that today the nation cannot exist half-segregated and half-free.” 

Martin Luther King

Ma dalla Casa Bianca non arrivò alcuna risposta, esacerbando ancora di più gli animi dei sostenitori che chiedevano la concretizzazione delle sue promesse elettorali. Nella speranza di placarli, nell’ottobre del 1961, Kennedy invitò King a un pranzo privato in presenza anche della First Lady, il che significava trasformare l’appuntamento in “evento sociale”, per ridurre al minimo il contraccolpo e le critiche dei segregazionisti del sud. Ma King, durante il tour della residenza, proprio vicino alla Lincoln Room, colse l’opportunità per dire:

Signor Presidente, mi piacerebbe vederla stare in questa stanza e firmare il Proclama di una Seconda Emancipazione che mette al bando la segregazione 100 anni dopo quella di Lincoln.

Kennedy non rispose mai a  King, né ci fu mai una proposta per una Seconda Emancipazione, né partecipò alle cerimonie ufficiali al Lincoln Memorial in onore della proclamazione dei 100 anni. Nelle sue osservazioni registrate disse che la discriminazione razziale, l’umiliazione e la privazione erano problemi del passato “…si può dire, credo, che Abraham Lincoln abbia emancipato gli schiavi, ma che in questo secolo da allora, i nostri cittadini neri si siano emancipati ” 

Profondamente deluso, King fece un ultimo appello per il centesimo anniversario dell’entrata in vigore dell’emancipazione. Ma ancora una volta la Casa Bianca ignorò la sua richiesta, scegliendo così di omettere il suo riconoscimento.

 

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Settembre 1962 – James Meredith e la ‘Ole Miss 

Un altro episodio importante per lo Stand in the Schoolhouse Door fu sicuramente il caso “James Meredith e la Ole Miss”.

Nel gennaio del 1961, James Meredith fece domanda per entrare all’Università del Mississippi, conosciuta come ‘Ole Miss e simbolo sacro dei privilegi bianchi del Sud; ma la sua domanda fu respinta. Nel 1962, però, la Fifth Circuit Court decise che gli era stata negata l’ammissione per motivi razziali, in violazione quindi della sentenza Brown v. Board of Education, e di conseguenza obbligò l’Università ad ammettere, per la prima volta, uno studente nero in una scuola per soli bianchi.

L’isteria si diffuse presto, mascherata ancora una volta da quei “sacri diritti degli stati del sud” che servivano solo a istituzionalizzare il razzismo. Come disse molti anni dopo Meredith: “Ero impegnato in una guerra. Mi consideravo impegnato in una guerra sin dal primo giorno. E il mio obiettivo era di costringere il governo federale – l’amministrazione Kennedy a quel tempo – a una posizione in cui avrebbero dovuto usare le forze militari degli Stati Uniti per far valere i miei diritti di cittadino“. 

Per i tanti dalla parte di Meredith sembrava l’ultima battaglia della Guerra Civile, combattuta questa volta in un campus. La violenza contro i neri divampava in tutto lo Stato mentre uomini, donne e bambini di colore venivano attaccati, picchiati e colpiti. Nonostante il terrore, ispirati dal coraggio di Meredith, erano intenzionati ad andare avanti. L‘Ole Miss era diventata terreno di scontro tra bianchi, intenti a mantenere il vecchio ordine di segregazione razziale, e neri, determinati ad essere cittadini liberi ed uguali.

La sera del 30 settembre, Meredith arrivò al campus di Oxford, accompagnato dai funzionari del Dipartimento di Giustizia, e da una squadra assemblata frettolosamente di diverse centinaia di marescialli federali, ufficiali della pattuglia di frontiera e guardie carcerarie, armati solo di manganelli e gas lacrimogeni. La folla che li aspettava era però di oltre 2.000 persone. Kennedy fu costretto a chiamare Guardia Nazionale del Mississippi, ma si presentarono solo in 67, guidati dal capitano “Chooky” Falkner (nipote dell’autore William Faulkner); infine, decise di inviare l’esercito degli Stati Uniti per ristabilire l’ordine. Solo così, il primo ottobre del ‘62, Meredith riuscì a iscriversi all’Università.

Fu una piccola vittoria, in una guerra sempre più sfiancante. Gli autobus, così come la maggior parte delle strutture pubbliche, erano integrati solo in teoria. E i pochissimi afroamericani che osavano sedersi davanti all’autobus dovevano affrontare sia la violenza dei vigilanti sia l’arresto con le accuse di “condotta disordinata” o “disturbo della pace”. 

Come riportato dal Consiglio regionale del sud, comunità dopo comunità, in tutto il sud, i movimenti degli studenti di 115 città si sollevarono per sfidare generazioni di oppressioni e sfruttamento e più di 20.000 manifestanti furono arrestati per aver chiesto libertà e giustizia. 

 

11 giugno 1963 – Alabama

«If we should ever get to Heaven, we shall find nobody to reproach us for being black, or for being slaves.» «Se mai raggiungeremo il paradiso, non vi troveremo nessuno che ci incolperà per essere neri o per essere schiavi.»
Jupiter Hammon

Giugno ’63. Vivian Malone Jones, James Hood e Dave McGlathery sono i soli e unici tre studenti di colore intenzionati a iscriversi all’Università dell’Alabama. Come in tutte le città del Sud, le Università lavorano con la polizia per trovare un qualsiasi requisito che riesca a escludere i candidati neri e, quando non scoprono nulla, si ricorre all’intimidazione. 

I tre non cedono e tutti sanno che sta per delinearsi una nuova sanguinosa lotta, anche i Kennedy, che devono ancora fare i conti con la débâcle alla ‘Ole Miss. A distanza di pochi mesi i tempi sembrano maturi, o almeno lo sono questa volta per il Presidente.

Stand in the Schoolhouse Door

lla spettacolarizzazione della promessa elettorale di Wallace, Vivian Malone Jones e James Hood arrivano insieme al vice procuratore generale, Nicholas Katzenbach, e ai marshal federali.

Wallace è lì davanti alla porta e non ha intenzione di muoversi, blocca fisicamente l’entrata al Foster Auditorium sotto gli occhi di tutti, indolente degli ordini di Katzenbach di farsi da parte. Anzi, sfrutta l’occasione per tenere il suo ormai consolidato discorso sui diritti degli Stati del Sud del gestire in piena libertà le scuole, i college e le università.

La mattina dell’11 giugno, con le temperature alle stelle, e circondati da tutti i giornalisti intervenuti “solo” per assistere a

John F. Kennedy, avvisato della situazione, non perde tempo e mobilita la Guardia Nazionale dell’Alabama guidata dal generale Henry Graham che ordina a Wallace di farsi da parte con le parole: “Signore, è mio triste dovere chiederle di farsi da parte su ordine del Presidente degli Stati Uniti”. Cala il silenzio per pochi minuti, Wallace consapevole che non può scontrarsi apertamente con il Presidente, alla fine si allontana, lasciando a Malone e Hood la libertà di iscriversi come studenti.

Cully Clark, autore di The Schoolhouse Door: Segregation’s Last Stand presso l’Università dell’Alabama, sostiene che il presidente Kennedy e suo fratello, il procuratore generale Robert Kennedy, non erano sicuri di cosa avrebbe fatto Wallace: “Sapevano che si sarebbe fatto da parte. Penso che la domanda fondamentale fosse come”. 

In realtà, i Kennedy avevano dato precise istruzioni di allontanare Wallace, in un modo o nell’altro, per questo motivo Stand in the Schoolhouse Door rappresenta l’evento spartiacque nella sua presidenza, evento nel quale fermando il segregazionista più ribelle del Sud, si schiera saldamente con il movimento per i diritti civili.

Quella notte, in risposta alla retorica roboante di Wallace fatta sulla porta dell’Università, il presidente J.F. Kennedy si rivolge alla nazione sui diritti civili. Per la prima volta condanna inequivocabilmente la segregazione e la discriminazione razziale e annuncia la sua intenzione di presentare al Congresso una nuova, efficace legge sui diritti civili.

This nation was founded on the principle that all men are created equal, and that the rights of every man are diminished when the rights of one man are threatened. … It ought to be possible, in short, for every American to enjoy the privileges of being American without regard to his race or his color. In short, every American ought to have the right to be treated as he would wish to be treated, as one would wish his children to be treated. But this is not the case. … We are confronted primarily with a moral issue. It is as old as the scriptures and is as clear as the American Constitution. … One hundred years of delay have passed since President Lincoln freed the slaves, yet their heirs, their grandsons, are not fully free. … And this nation, for all its boasts, will not be fully free until all its citizens are free. 

…questa nazione, nonostante tutto il suo vanto, non sarà completamente libera finché tutti i suoi cittadini non saranno liberi. 

Qualche anno dopo, Vivian Malone Jones, allora ventenne, disse che il suo obiettivo era semplicemente quello di iscriversi a corsi di contabilità. “Non sentivo di dover entrare di soppiatto, non sentivo che dovevo entrare dalla porta sul retro. Se [Wallace] fosse stato alla porta, avrei avuto tutto il diritto al mondo di affrontarlo e di andare a scuola.”
Due anni dopo, divenne la prima afroamericana a laurearsi presso l’Università dell’Alabama.

 

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