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Quel lunedì a Woodstock

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Quel lunedì a Woodstock

18 agosto 1969, ore 8 del mattino. È già lunedì. Jimi Hendrix sale sul palco di Woodstock, che “ufficialmente” doveva concludersi il giorno prima. Di quelle 500 mila persone presenti, ne sono rimaste poco meno della metà, troppo poche per lui. Eppure non appena inizia a far vibrare la sua Fender Stratocaster la folla si scatena in una moltitudine leggendaria, scivolando in un’atmosfera surreale, fatta di “pace, amore e musica”.  

Ma questa non è la storia di Hendrix, anzi sarà sua solo in parte. E non è nemmeno la storia di Woodstock. È quella di una generazione pronta ad accogliere il gesto ribelle di un pacifista, che con la sua trasfigurazione di The Star-Spangled Banner, l’inno degli Stati Uniti d’America, lascerà una vibrante testimonianza della controcultura dell’epoca.

I tre giorni di Woodstock

woodstockIl Woodstock Music and Arts Festival del 1969 è stato spesso definito come l’apice del rock ‘n’ roll e dell’amore libero. Ricordato, infatti, come i famosi “tre giorni di pace e musica”, era però il prodotto della collaborazione tra John Roberts, Joel Rosenman, Artie Kornfeld e Michael Lang, in cui intento primario era quello di costruire un grande studio di registrazione proprio in quella cittadina. Per riuscire a mettere insieme i soldi necessari, decisero quindi di realizzare un mega concerto, chiamando i grandi nomi della musica ma soprattutto band non ancora famose. 

I problemi che ne seguirono non furono di certo pochi. In primo luogo non riuscirono a trovare un luogo adatto e, dopo varie vicissitudini, dovettero spostare il festival a Bethel, a circa 50 miglia da Woodstock. E soprattutto, su un venduto di 186.000 biglietti, si presentarono più di 500.000 fans. Una onda d’urto di persone, così compatta e impossibile da controllare, che i promotori furono costretti ad aprire i cancelli e a rendere il concerto gratuito per tutti.

Quasi mezzo milione di persone era lì, e ben presto tutte le strade intorno a Bethel furono bloccate. Non c’erano servizi igienici o strutture mediche, e certamente non c’era abbastanza cibo o acqua per tutti. In più la pioggia, che durò costantemente per tre giorni consecutivi, aveva reso il tutto ancora più caldo, umido ed estremamente più fangoso.

Sebbene sia diventato il festival musicale più iconico d’America, “probabilmente si sarebbe potuto trasformare in un disastro. Il fatto che sia venuto fuori così bene è un piccolo miracolo”, afferma Joel Makower, autore di Woodstock: The Oral History.

E sorprendentemente, quasi tutti sono sopravvissuti.

Lo spettacolo durò da venerdì 15 agosto fino alla mattina di lunedì, e presentava artisti del calibro di Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, Sly And The Family Stone, Jefferson Airplane, Joe Cocker… Crosby, Stills, Nash & Young. The Who si esibirono nelle prime ore del mattino del 17 agosto, e Roger Daltrey iniziò a cantare “See Me, Feel Me”, proprio mentre il sole iniziava a sorgere. 

Rispetto ad altri concerti, Woodstock ha visto la partecipazione di molti dei più grandi nomi della storia della musica, ma che allora non erano ancora famosi. In fin dei conti, non puoi pianificare di invitare band meno conosciute che diventeranno famose in seguito, e il fatto che questo sia accaduto a Woodstock – totalmente casualmente – ha aggiunto quel non so che di mistico ed emblematico al suo ricordo.

The Star-Spangled Banner: l’inizio della leggenda

woodstockOre 8 a.m. C’è molta tensione. I continui ritardi dovuti alla pioggia hanno fatto slittato l’esibizione di Jimi Hendrix al giorno dopo. È lunedì. E la gente inizia lentamente ad andare via per riprendere il lavoro e la vita di tutti i giorni.

Nel backstage, invece, il nervosismo è ancora alle stelle e non solo perché la folla è meno della metà. Solo un mese prima, il power trio della Experience si era sciolto per l’abbandono del bassista Noel Redding, sostituito al volo con Billy Cox. Le prove non erano andate bene e sembrava essere venuta meno la solita armonia nel gruppo.

Jimi Hendrix sale sul palco per esibirsi in una delle performance più lunghe della sua carriera e, nonostante la stanchezza, riesce a correggere lo speaker e a presentare la nuova formazione: 

«Abbiamo deciso di cambiare tutto e di chiamare la band Gypsy Sun and Rainbows. Per farla breve, prendeteci un po’ come un gruppo di gypsy!».

Le prime note sono quelle di Message To Love, l’intro perfetta per risvegliare gli animi. La folla reagisce abbandonandosi alla musica. Sembra di nuovo notte a Woodstock e, brano dopo brano, l’atmosfera si scalda, in un clima di euforia generale. 

Niente può intralciare quel momento perfetto, né il fango né la fame. E tutto sembra già leggenda. I presenti lo sanno. E forse anche lo stesso Hendrix, che impassibile continua a suonare anche senza una corda. 

Dopo circa due ore di musica, partono le prime note di The Star-Spangled Banner

Billy Cox dirà “When he started off if you listen to the CD or the wax, whatever you might have, I started the first six notes but some little voice told me. You better lay out because you don’t know what’s going to happen here”.

L’inno è completamente stravolto. Rumori simili a esplosioni, bombardamenti e boati, fatti unicamente dalla sua Fender Stratocaster, emergono da quella musica per tutti familiare. La forza che ne scaturisce è così forte da risucchiare tutta la spensieratezza degli ultimi giorni all’interno di uno spaventoso buco nero. 

Improvvisamente, in pochi minuti, Woodstock e il Vietnam diventano facce rovesciate di uno stesso piano. Mai così vicine. Sulla leggerezza spirituale di Bethel, ma in generale, su quel sogno irreale fatto di speranza, cade il macigno dell’insensatezza della guerra. Dura pochi minuti. 

Ma quello che ne rimarrà, consumata l’ultima nota, sarà la fotografia perfetta dell’anima degli States alla fine degli anni Sessanta. 

Il simbolo di un’intera generazione

woodstockIn molti si sono chiesti se Woodstock sia davvero l’apogeo della pace e dell’amore del sogno hippy.

È certo che col passare dei decenni, il festival del 1969 sia diventato meno un concerto rock e più un emblema, difficile da rendicontare.

È diventato “quel mitico fine settimana” in cui tutto ha funzionato, pur nella distruzione più assoluta. In cui, soprattutto, una generazione ha trovato una dimensione e un luogo sicuro in quella tempesta che si abbatteva sul mondo degli anni ’60. Anzi la fine degli anni ‘60.

In questo quadro, è ancora più difficile descrivere l’esibizione di Hendrix per una serie di motivi: il contesto musicale stava cambiando velocemente e lo stesso festival era, volente o nolente, un grande spettacolo di natura politica per via di una guerra ancora in pieno corso. E per finire, cosa più importante, Woodstock si svolse poco prima della sua scomparsa. 3 motivi che rendono questa sua performance, un inconsapevole testamento musicale di una delle figure più importanti per la storia del rock e la più importante in assoluto per quella della chitarra elettrica.