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György Konrád, il coraggio del dissenso

György Konrád

György Konrád, il coraggio del dissenso

di Simone Cosimelli

Lasciò cadere la pistola a 23 anni, György Konrád. Giovane avanguardia di una rivoluzione mai compiuta, militante di una rivolta impossibile. In una Budapest tetra e tetragona, nera come il futuro e rossa come il sangue. Una città colma di retorica e rigonfia di carri armati. 

Il tentativo riformatore di Imre Nagy, grazie al quale gli ungheresi si erano illusi di poter finalmente partecipare al grande dramma del Novecento – da cittadini e non più da sudditi –, era stato appena schiacciato dal rullo compressore dell’Unione Sovietica; infranto dalla freddezza burocratica di un potere sordo a ogni lamento. 

Lasciò cadere la pistola in quel terribile 1956, György Konrád. E lo fece per ripudiare la violenza (mai accettata, eppure sfiorata) e impugnare la penna. Per mettere la coscienza sopra l’istinto, l’ideale prima del dogma. La libertà davanti a tutto. 

Scomparve allora l’ombra di un ragazzo, sbarbato e impulsivo, già segnato da indicibili sventure. Svanì l’incertezza di un irrequieto studente di letteratura dell’antica Università Loránd Eötvös. E spuntò – dal vicolo oscuro in cui quella pistola era stata abbandonata, con le mani ancora tremanti – un uomo brillante e spigoloso, risoluto e anticonformista, allergico a ogni forma di servilismo. 

Sacrificata l’indipendenza nazionale sull’altare di un’utopia ormai degenerata, schierarsi, per Konrád, divenne imperativo; dar fastidio e far rumore, di conseguenza, tassativo. Quando amici e conoscenti, e perfino l’amata sorella, scelsero la via dell’esilio, confluendo nell’oceano di sbandati a cui fu inizialmente permesso di emigrare, lui rimase. E puntò i piedi per terra. Soffrire, per lottare: l’unica possibilità. L’ultima carta da giocare. 

György KonrádFiglio di ebrei deportati, appartenente a una famiglia a stento sopravvissuta agli orrori della Seconda guerra mondiale e alla follia lucida del Terzo Reich di Adolf Hitler, Konrád sapeva allora – e avrebbe sempre saputo in seguito – non solo dove poteva spingersi il cinismo individuale, ma anche dove poteva insinuarsi il veleno dell’indifferenza collettiva, sospinto dalla forza grigia dell’inerzia e della propaganda. E per questo decise di opporsi: di testimoniare l’esistenza, il lume impercettibile, di un destino diverso.

Nacque uno scrittore. Nacque un ribelle: pronto a prestare occhi, orecchie e voce ai tanti, dentro e fuori l’Ungheria, che da quel momento avrebbero rivendicato il diritto di dissentire. A costo della vita, e più spesso a costo dell’oblio. 

 

György Konrád, l’intellettuale disallineato

Da un lato i libri, la narrativa, lo studio. Dall’altro l’impiego da assistente sociale e poi l’impegno con la sociologia. Presto, al crescere delle restrizioni all’interno della “Cortina di ferro”, quella cappa asfissiante su cui già Winston Churchill si era espresso, quello di Konrád divenne il volto intellettuale degli oppressi. Le sue parole pericolosissime: un cucchiaio di sale su una ferita aperta.

Politicamente disallineato, György Konrád produsse saggi e racconti in cui amalgamava creatività e realismo, intrecci e contraddizioni. Fu licenziato, vessato, criminalizzato. Ma invano.

Il suo The Case Worker, un romanzo del 1969, mandò in mille pezzi l’immagine edulcorata del proletariato emancipato. The Intellectuals on the Road to Class Power, scritto insieme a Iván Szelényi nel 1974, fu invece un colpo diretto – troppo ben mirato per essere schivato – al fianco di un regime dai piedi d’argilla. Un motivo di incitamento alla trasformazione democratica; e dunque intollerabile. Un’opera censurabile perché sincera; e quindi censurata. 

György Konrád

Konrád fu messo all’indice. Inserito nella lista degli autori proibiti, bandito dalle trasmissioni radiofoniche, allontanato dai programmi televisivi. Silenziato all’interno di una società chiusa. Un attestato di riconoscenza da appuntarsi sulla giacca, in fondo; la prova di una lotta necessaria. 

Quando gli fu vietato di pubblicare regolarmente in Ungheria, lo fece clandestinamente. Firmando articoli e volumi fuori dai circuiti ufficiali. Lo fece attraverso il semizdat, l’editoria autonoma: quel miracolo di illegalità che, per lunghi anni, permise alla speranza di non affievolirsi; grazie ai pochi che scrivevano e ai tanti che leggevano. 

Konrád il dissidente, Konrád il sovversivo, Konrád l’iconoclasta. Troppo conosciuto per essere eliminato, e troppo bravo per essere ignorato, non gli fu impedito di pubblicare all’estero: e divenne, proprio per questo, simbolo incontrovertibile di una volontà di critica non ancora soppressa. Di un fuoco orientale non ancora spento. 

L’Occidente lo accolse: offrendogli un palco per parlare e un pulpito per denunciare. Ma anche una casa, in Europa e negli Stati Uniti, per reagire alle pressioni della polizia segreta. Le innumerevoli traduzioni dei suoi testi divennero rapidamente, in un mondo atlantico comunque attraversato da lancinanti contraddizioni, un’arma più potente della polvere da sparo. 

 

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Una voce a difesa della democrazia, nel cuore dell’Europa

György Konrád nel 1989 vinse il Premio Internazionale per la Pace. Nel 1990 divenne presidente del PEN International, la storica organizzazione non governativa che raccoglie scrittori di tutto il mondo. E dopo la Guerra fredda, dopo la paura per un conflitto atomico mai dichiarato, fu parte attiva della transizione democratica ungherese e assistette in diretta alla lenta ricostruzione del Paese. 

Per quasi trent’anni – prima di morire nel 2019, ormai malato – continuò a combattere strenuamente. Nella convinzione che i diritti, una volta conquistati, vanno difesi. Difesi dai rigurgiti reazionari e dall’ingratitudine del tempo. 

Da avversario irriducibile di un regime ormai crollato, divenne, ancora una volta per scelta, la bestia nera dei nazionalisti di ogni ordine e grado. Avversario coriaceo del linguaggio della demagogia e dei fantasmi di ritorno. 

Nel 2012, dalle colonne del New York Times, tornò a sostenere le ragioni della democrazia contro la forza dell’opportunismo, la dignità umana contro l’arbitro e la coercizione:

“Democracy’s main benefit is its protection, guaranteed by law, of the dignity of its citizens from humiliation at the hands of their leaders. It protects the weak from overweening power, and gives them the tools to protect themselves if need be”.

E non è un caso se l’attuale Primo ministro ungherese Viktor Orbán, da molti criticato per essere l’artefice di una nuova deriva autoritaria, lo ha definito, qualche anno prima della sua scomparsa, “l’uomo politico più tossico che l’Ungheria abbia conosciuto dalla caduta del comunismo”

Non poteva essere diversamente: il valore dei ribelli non scade, non invecchia, non si esaurisce. L’enormità della sfida intrapresa, e non altro, costituisce il loro retaggio più importante. E quello di György Konrád era chiaro, univoco: il coraggio di dissentire appartiene agli uomini liberi

 

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