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Danilo Dolci

Danilo Dolci, una voce contro

di Simone Cosimelli

27 ore. Radio Partinico Libera durò 27 ore. L’emittente di Danilo Dolci, l’emittente dei “poveri cristi della Sicilia Occidentale”, come venne presentata agli ascoltatori dopo un SOS d’apertura introdotto dal suono di un flauto, ruppe per la prima volta il monopolio radiofonico della Rai mandando in onda programmi preregistrati a ciclo continuo, anche in lingua inglese.

Raggiunse tutto il territorio nazionale, tra il 25 e il 26 marzo 1970, e arrivò perfino negli Stati Uniti. Innovativa e clandestina, fu la prima radio libera in Italia.

Un piccolo, grande – straordinario – gesto per denunciare, dopo il terremoto del 15 gennaio 1968, le pessime condizioni delle valli del Belice, del Carboi e dello Jato. Lo spettro della fame e la piaga della corruzione, i ritardi nella ricostruzione e la mancanza di informazione, l’inerzia della politica e gli affari della mafia. 50 anni fa.

Radio Partinico Libera: la prima radio libera in Italia

Allora, in un’Italia modernizzata ma non ancora moderna, sviluppata ma ancora chiusa in se stessa, l’anticonformismo non era la moneta di tutti, ma la scelta rischiosa di pochi. Di pochi ribelli, audaci e geniali. Pionieri di un futuro ancora non scritto. Idealisti maledetti e aspramente rimproverati da chi non vedeva ciò che ancora non c’era. E che pure doveva esserci. E che alla fine ci sarebbe stato. Libertà e uguaglianza, solidarietà e opportunità: progresso.

Nell’etere, l’appello di Danilo Dolci, il “Gandhi italiano”, l’intellettuale triestino emigrato verso una terra senza voce, scosse le coscienze. E infuse nuove speranze. Ai “poveri cristi”, appunto, alla povera gente, a chi non credeva più e forse non aveva mai creduto. A chi viveva ai margini della grande storia, e non contava di entrarci.

Questa è la radio della nuova resistenza: “abbiamo il diritto di parlare e di farci sentire, abbiamo il dovere di farci sentire, dobbiamo essere ascoltati”.

Un’idea di fondo, forte e diretta: il pluralismo come diritto, la libera circolazione delle opinioni come garanzia di riscatto. Tutto fu pianificato, studiato, tenuto segreto; anche avvalendosi del parere di tecnici e giuristi. E fu una rivoluzione della comunicazione.
Seguirono analisi, discussioni, canzoni e poesie, interviste agli abitanti della zona.

Infine, l’Articolo 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Quello di Danilo Dolci fu un esperimento inedito, mai tentato dal dopoguerra in avanti.

Avrebbe invogliato altri a tentare la stessa avventura, avrebbe indicato la direzione da percorrere e condotto alle incontenibili esperienze delle radio libere degli anni Settanta – un unicum nel panorama europeo – fino ad arrivare alle radio private, e poi ai network nazionali. Al mondo di oggi. Come lo ascoltiamo (e lo viviamo) oggi.

Barricati dentro la sede del Centro Studi ed Iniziative, non lontano dalla piazza centrale di Partinico, a meno di 30 km da Palermo, i giovani Pino Lombardo e Franco Alasia, i due collaboratori di Dolci, lavorarono, imprecarono, sudarono. Con la lucidità che nasce dalla tensione. Nel frattempo un corteo organizzato manifestava per le strade della città. Con Dolci in testa a parlare su un palco improvvisato. Una sfida al tempo e contro il tempo.

Poi l’intervento delle autorità, il sequestro delle attrezzature, lo spegnimento immediato, l’avvio delle azioni giudiziarie, l’inizio del dibattito sul ruolo delle telecomunicazioni in Italia. 27 ore dopo.

Resta la storia, resta l’affronto, resta l’esempio di una vita. L’esempio di Danilo Dolci, un panciuto scrittore, un brillante contestatore e un vorace lettore, uno stimato poeta e un pungente saggista. Ma anche un educatore, un sociologo. Capace di reinventarsi continuamente. Di stupire Piero Calamandrei, Carlo Levi, Ignazio Silone, Giorgio la Pira, Renato Guttuso, Norberto Bobbio, Italo Calvino, Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre. Di dialogare col filosofo della non violenza Aldo Capitini. Di usare il corpo, la mente e la disobbedienza come strumenti politici e civili. Come mezzi di emancipazione di massa.

Di rimanere lì, in Sicilia, in terre dimenticate; per coinvolgere gli ultimi, far emergere individui consapevoli di se stessi dalle viscere di comunità abbandonate alle proprie paure. Per implementare nuovi metodi didattici, per promuovere forme inedite di partecipazione dal basso. E per spiazzare, creare, sorprendere. Sempre. E sempre sostenendo la tesi contraria.

 

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Radio Partinico Libera dice molto di Danilo Dolci. Ma non racconta tutto.

Bisognerebbe scavare negli anni, tornare indietro e poi fare un passo avanti, e a volte anche di più, per cogliere l’importanza di Danilo Dolci, una figura a suo modo dirompente. Indimenticabile, senza la pretesa di esserlo.

Basta pensare ai suoi inizi, alla sua giovinezza. Danilo Dolci arrivò in Sicilia nel 1952, a 27 anni, nel piccolo paesino di Trappeto. Scoprì la sofferenza, la diffidenza, la fame: braccianti, agricoltori, pescatori senza la certezza di un domani. Famiglie alla perenne ricerca di beni di prima necessità, fuori da ogni circuito economico. Escluse dall’Italia civile.

Decise di non andarsene; di diventare un attivista, di cominciare a lottare. Avviò il primo sciopero della fame a casa di Mimmo e Giustino Barretta, che pochi giorni prima avevano perso il loro bambino, Benedetto: morto per non aver mangiato. Un obiettivo: rendere noto l’ignoto, far sì che ci si occupasse di quei luoghi dimenticati.

Il digiuno, che si sarebbe potuto spingere a limiti estremi, attirò l’attenzione della stampa, rinforzò antiche solidarietà e riuscì a convincere le autorità pubbliche ad investire nella zona. Mai si era visto nulla di simile. La costruzione di un impianto fognario, tra i primi provvedimenti urgenti, fu una grande vittoria. E fu solo la prima.

Nel 1956, ormai conosciuto in tutta la zona, Dolci promosse digiuni collettivi per protestare contro il degrado. Poi inventò “lo sciopero alla rovescia”: dove centinaia disoccupati – invece di non lavorare come negli ordinari scioperi – si riunivano ed eseguivano lavori pubblici utili ai cittadini. Chiedendo pari diritti e piena occupazione. Mettendo in evidenza i limiti e le negligenze dello stato.

Danilo Dolci fu arrestato, in quell’occasione, per istigazione a disobbedire, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, invasione di terreni. Ma ormai la strada era tracciata. Negli anni successivi avrebbe organizzato e coordinato migliaia di iniziative e di progetti culturali. Si sarebbe scontrato, avrebbe alzato la voce. Confrontandosi con grandi personalità e piccoli uomini. E sarebbe stato ascoltato. Senza mai farsi deviare, senza mai farsi cambiare.

Come dimostrò con l’esperienza di Radio Partinico Libera, l’ennesima stoccata allo status quo. Meteora destinata a non scomparire.

Un articolo dell’11 febbraio 1974 su L’Ora, lo storico quotidiano di Palermo, lo definì “un personaggio scomodo”. Con un titolo fulminante: “Dolci, mai col potere”.

 

La storia che hai appena letto è una delle 12 che abbiamo raccolto nel nostro nuovo libro: Rebel Stories. Volume I. Puoi scaricarlo qui.

Rebel Vol. 1

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